Abbiamo chiesto a Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, di esporci lo stato del commercio elettronico in Italia e di parlare dei rischi delle nuove direttive europee.
Che cos’è Netcomm?
Netcomm è il consorzio degli operatori del commercio elettronico e raccoglie le principali imprese che operano in questo settore. Il consorzio comprende sia le imprese che vendono prodotti online come Internetbookshop, Saldi Privati etc sia le aziende che svolgono attività di servizio per il commercio elettronico, quindi le società che fanno sistemi di pagamento come Paypal, Cartasì o quelle che si occupano di e-mail marketing e di piattaforme tecnologiche. Abbiamo da poco creato Netcomm Services che raccoglie il meglio delle società che svolgono attività di supporto e di servizio per aiutare le imprese, che non si sono ancora affacciate al mondo del digitale, a compiere la transizione dal mondo fisico al digitale. Una sorta di cloud services company dove le aziende possono attingere ai servizi migliori. Come Netcomm, invece, ci stiamo occupando, in maniera rilevante, di tutto quello che serve a questo settore, sotto il profilo giuridico, amministrativo e ambientale, lavorando sulle direttive europee e sulla rettifica e correzione delle leggi che regolano il commercio elettronico in Italia.
Qual è lo stato dell’e-commerce in Italia?
In Italia l’e-commerce, come in tutti i paesi europei, sta notevolmente crescendo sia per quanto riguarda il numero di compratori sia per il numero di imprese che vendono prodotti su internet. Negli ultimi anni le vendite online sono aumentate con tassi medi del 30-40%, con una riduzione nell’ultimo anno per via della crisi. Nel 2010 la crescita è stata dell’11%. In Italia abbiamo 8 milioni di compratori online e migliaia di aziende che sviluppano un’offerta online. Siamo ora in una fase più matura, arrivando nel 2010 ad avere circa 6,5 milioni di vendite online, una cifra vicina all’1%. Il settore più importante è quello dei servizi, come il turismo, che rappresenta circa il 50% delle vendite complessive, ma vi sono delle crescite interessanti in molti settori, come l’informatica che nell’ultimo anno è cresciuta dell 11%, l’editoria e la musica del 14% e l’abbigliamento che ha avuto un incremento del 43%, grazie all’entrata in questo settore di società che creano gruppi di acquisto che permettono ai clienti di comprare una marca famosa al 50% del prezzo di listino, favorendo quindi uno sviluppo della domanda e dell’offerta. Un altro settore in crescita è quello delle assicurazioni (+ 18%), solo il comparto alimentare è rimasto ancora indietro.
Quali le differenze con gli altri paesi europei?
L’Italia è un paese un po’ anomalo, solo il 12% della popolazione compra online, contro la media europea che supera il 30%. Ciò è dovuto a diversi fattori, da un lato l’Italia è indietro per l’alfabetizzazione digitale e le persone preferiscono fare acquisti nel negozio, questo accade anche perché l’offerta commerciale è rimasta un po’ indietro rispetto ad altri paesi occidentali. Tale arretratezza si rispecchia in alcune cifre che vedono l’Italia importare più merci di quanto ne esporti – circa 1 miliardo di euro di importazione – questo saldo negativo è cresciuto del 18% nell’ultimo anno. Un’altra considerazione che possiamo fare è data dal numero di utenti che dispongono di banda larga, dal numero di internauti – circa il 50% della popolazione, indietro rispetto ai paesi anglosassoni – e dal numero di compratori molto più basso rispetto alla Germania, alla Francia e all’Inghilterra e, infine, dall’importo dell’acquisto. Questo stato crea un ritardo competitivo delle imprese, dovuto anche dal fatto che queste investono più in efficienza produttiva che sull’utilizzo dei canali commerciali.
Può illustrarci le esigenze del commercio elettronico? Quali norme, quali regole possono agevolarlo?
Il problema non è legato tanto alle norme quanto alla cultura d’impresa. In molti paesi sono nati dei colossi come Amazon. Pensando, ad esempio, alla grande distribuzione non si capisce perché in Italia si sia sviluppata Ikea quando la nostra nazione è il più grande produttore di mobili. Possiamo considerare tre fenomeni: il primo è che l’industria italiana tende ad essere fatta di piccoli operatori di eccellenza; il secondo è che l’impresa italiana si orienta soprattutto al mercato nazionale e non mondiale; il terzo fenomeno è quello della finanza, del capitale di rischio. In molti paesi il successo è stato facilitato dalla disponibilità di capitale di rischio per le start up dato dalle venture company, in Italia esse sono quesi assenti. Questi tre fattori hanno sì permesso all’Italia di sviluppare modelli di eccellenza, come lo sono ad esempio i distretti del settore dell’abbigliamento, ma non hanno spinto le imprese territorialmente vicine a creare delle iniziative consortive, in grado di risolvere le difficoltà della piccola azienda, che da sola fa fatica ad investire per sviluppare iniziative di commercio elettronico orientate al mercato globale. La direttiva della comunità europea è pericolosa, in particolare per l’Italia, perché vorrebbe imporre a qualsiasi impresa e-commerce dell’unione europea la vendita del prodotto in qualunque parte del territorio europeo. Questo comporta, per alcune attività che hanno un obiettivo di vendita territoriale, come ad esempio l’e-commerce di pizze da asporto nella città di Firenze, dei seri problemi perché richiederebbe alle imprese un investimento in logistica e organizzazione commerciale sporporzionato rispetto all’attività prefissata.
E questo comporterebbe un aumento dei costi per il consumatore?
Quando si aumentano in maniera dirigistica i costi per un imprenditore, è chiaro che questi costi, se non si trasformano in maggiori ricavi, vanno ad impattare sui compratori
Pensate di riuscire a far modificare questa proposta di legge?
Non credo sarà difficile far capire al legislatore europeo che, pur considerando noi la correttezza del principio della proposta di legge che mira a facilitare le vendite e il mercato unico in Europa, la traduzione normativa della legge va nella direzione opposta all’intento.
Sono stati consultati i consorzi europei prima della stesura?
Nessun consorzio è stato consultato dai legislatori europei, è un grave errore perché dimostra la lontanza dei organismi dirigistici dalla base ovvero dalle industrie e dai consumatori. Sarebbe necessario uno sviluppo equilibrato e coordinato dell’ecosistema del nuovo mondo digitale. Questa legge ha un beneficio e uno stimolo che va raccolto, ma in Italia il commercio elettronico si è sviluppato poco perché le imprese sono piccole e la capacità d’investimento inferiore. Come Netcomm noi vogliamo favorire le attività consortive atte a stimolare le iniziative interaziendali, e a favorire la creazione di canali commerciali digitali su mercati internazionali; riteniamo questa sia l’unica via per diffondere le eccellenze dei nostri prodotti made in Italy.






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