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Cinque startup che non ce l'hanno fatta e perché

Perché tante startup falliscono? Le risposte sono possono essere innumerevoli, proviamo a fornirne qualcuna attraverso questi cinque esempi.

 

Se imparare dai propri errori è necessario, imparare dagli errori degli altri è utilissimo e decisamente meno doloroso. Ecco 5 storie di startup che non ce l'hanno fatta e alcuni elementi per capire che cosa non ha funzionato. In alcuni casi non era giusta l'idea, in alcuni casi il mercato era saturo o semplicemente non pronto ad accogliere l'innovazione proposta. In alcuni casi era saturo il settore, in altri una stessa idea ha semplicemente avuto un'execution migliore o più veloce di un'altra. Le ragioni del fallimento di un'impresa sono tante ed non c'è una formula che consenta di evitarlo e rientrare in quel 3% di startup che "fanno il botto", ma dagli errori altrui si può imparare molto, per provare a conquistarsi un posto all'interno di quella percentuale di imprese con una storia positiva da raccontare.

Quelle che seguono sono 5 storie di startup internazionali (tranne una), alcune anche molto promettenti al lancio, che alla fine di un percorso più o meno breve hanno chiuso i battenti. Proviamo a capire perché.

 

La storia di Desktop Factory

Questo è l'esempio di una startup che ha fallito, ma ha contribuito alla diffusione della stampa in 3D. Nata nel 2009 con lo scopo di produrre stampanti tridimensionali a costi contenuti: nel 2009 significava sotto i 5mila dollari, una sfida tutt’altro che banale. I fondatori  hanno realizzato presto di non poter raggiungere il proprio scopo e hanno cercato di vendere la startup che aveva un lungo elenco di pretendenti. La vendita non è mai stata conclusa perché, come si legge nel comunicato di addio, nessuna delle aziende interessate sembrava avere capito realmente quale fosse l’importanza della stampa 3D.

 

La storia di Take Eat Easy

Un’app per ordinare cibo e farselo consegnare a domicilio entro 45 minuti. Idea battuta e ribattuta, nonché applicata da altri attori del food delivery, non da ultimo Uber. Finiti i fondi la startup ha bussato alla porta di diversi investitori, ben 114 i quali – compatti – si sono rifiutati di finanziarla.

 

La storia di Beepi

Il maketplace online dell’auto usata ha fatto proseliti durante i primi anni di vita, attirando capitale per 147 milioni di dollari. Nata nel 2014, in California, la startup ha cercato nuovi fondi per uscire dai confini dello stato e conquistare il resto della nazione. Finiti i fondi ha aperto un round di investimento a cui, sulle prime almeno, sembrava volere partecipare SAIC motor, casa motoristica controllata dal governo cinese. Venuto a mancare il supporto di Pechino, Beepi ha cercato di fondersi con altri player del settore, senza fortuna. A inizio 2017 ha definitivamente chiuso i battenti.

 

La storia di Faceskin

Un'impresa avviata da Claudio Cecchetto nel 2012, il noto conduttore radio e produttore discografico volle provare a lanciare il proprio social network, un'idea di per sé tutt'altro che originale e che inoltre ricopiava infatti il sito di social bookmarking "delicious". Inutile dire che la startup non ebbe successo. Oggi il progetto esiste ancora, si chiama Memoring e permette di archiviare siti web.

 

La storia di Pebble

Pebble è una startup divenuta celebre per aver portato sul mercato degli smartwatch finanziati tramite crowdfunding. Nel 2015 Citizen ha messo sul piatto 740 milioni di dollari per acquisirla, ma pochi mesi dopo, dicembre del 2016, Fitbit la rilevava per una cifra decisamente inferiore 35 milioni di dollari, tenendo per sé la tecnologia, ma facendo sparire il marchio.

 
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