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Fare Open Innovation: i modelli e il vantaggio competitivo per le imprese

Si parla molto e da tempo ormai di Open Innovation, ma cosa significa concretamente? Quali sono i modelli più sperimentati dalle impese? Come si fa Open Innovation in una PMI?

 

Abbiamo rivolto queste domande a Lupo Heusch, Business Developer dell’area Open Innovation di LUISS ENLABS, rientrato a Roma dopo una prima esperienza lavorativa all’estero tra Cina, Inghilterra e un master in Spagna, proprio per unirsi al team di sviluppo di modelli e strategie di Open Innovation dell’acceleratore d’impresa romano. Primo acceleratore per importanza in Italia e tra i principali in Europa, LUISS ENLABS, insieme a LVenture Group, holding quotata in borsa che opera nel settore del venture capital, è infatti, innanzitutto, un ottimo esempio per capire meglio cosa significa fare Open Innovation.

Questa la prima definizione sintetica che Lupo ci fornisce di Open Innovation:

 

Open Innovation in generale è un modello che serve a velocizzare, accelerare, il processo di innovazione attraverso collaborazioni strategiche che possono coinvolgere realtà di dimensioni diverse, ma anche competitor. Sì perché in ottica di Open Innovation tra competitor si può collaborare.

Per LUISS ENLABS, specifica Lupo, fare Open Innovation significa invece creare occasioni di contatto tra aziende e startup.

 

Quali sono le aziende più interessate a fare Open Innovation?

Grandi società che hanno una struttura organizzativa interna molto burocratizzata, rigida e complessa, ci spiega Lupo, società che hanno tutto l’interesse a diventare “agili”, a rendere più fluidi i processi e ad innovare, ma non riescono a farlo autonomamente. Gli acceleratori sono dei facilitatori, degli abilitatori di innovazione, per questo sempre più aziende si rivolgono a queste realtà o, in alcuni casi, quando ci sono le competenze, aprono i propri acceleratori interni.

 

Quali e quanti sono i modelli di Open Innovation in Italia?

Per scegliere il modello di Open Innovation più adatto alla propria azienda, spiega Lupo, sono due i criteri da valutare: il capitale a disposizione e le competenze. Questi i modelli principali e attivi in Italia:

 
  1. Aziende con grandi capitali, ma scarso know how si affidano a fondi venture capital che fanno da filtro selettivo per l’azienda, individuando e proponendo le startup più interessanti per collaborazioni strategiche.
  2. Aziende con grandi capitali e buone competenze procedono all’acquisto diretto delle startup più valide nel loro settore.
  3. Aziende con poco capitale e poche competenze propendono per il modello “contaminazione”: organizzazione di incontri strategici mirati con startup che l’azienda selezione autonomamente o attraverso la mediazione di realtà come LUISS ENLABS.
  4. Aziende che creano startup attraverso dei percorsi di accelerazione verticale: programmi ideati e gestiti da realtà come LUISS ENLABS e sponsorizzati da una grande azienda. Si parla di accelerazione verticale perché il processo inizia dalla richiesta di idee nuove in specifici settori e aree di innovazione. L’acceleratore selezione e aiuta le idee migliori a diventare startup.
  5. Corporate entrepreneurship: quest’ultimo modello di Open Innovation si basa sulla formazione dei dipendenti. Si organizzano corsi di metodologia Lean, ma anche percorsi di internal innovation: vere e proprie call for idea rivolte ai dipendenti per la nascita di startup all’interno e dall’interno dell’azienda stessa.
 

C’è in Italia una cultura dell’Open Innovation?

Le aziende sanno ormai cos’è Open Innovation, i manager sono informati ed aggiornati. Manca però una conoscenza concreta dei modelli e dei concetti.

"C’è molta confusione, ma anche molto interesse”, conclude Lupo.

 

Quali sono i settori che si interessano di più all’Open Innovation?

Dall’esperienza di LUISS ENLABS si evince che le prime aziende ad interessarsi concretamene all’Open Innovation sono banche, grandi società di assicurazione, ma anche grandi società tecnologiche e società di consulenza interessate ad accrescere le competenze. Oggi vediamo che importanti iniziative si stanno attivando nel settore del turismo e dell’automotive e del food.

 

Si può parlare di Open Innovation per le PMI?

Difficile immaginare una PMI italiana che sceglie di investire in strategie di Open Innovation a lungo temine come l’accelerazione - spiega Lupo -, al tempo stesso però conosciamo molti casi di startup che nascono con un target PMI e PMI che hanno saputo intercettare velocemente e in modo autonomo le realtà innovative con le quali attivare collaborazioni strategiche.

 

Una realtà eterogenea, insomma, quella che emerge dalla ricostruzione di Lupo Heusch, a riprova del fatto che “open innovation” oggi è tutt’altro che un concetto vuoto, piuttosto è un modello complesso e concreto di crescita economica che piccole e grandi aziende del nostro paese stanno sperimentando con profitto.

 
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